Blog di Maurizio Ferraris - Sans Papier. Ontologia dell'attualità
Sans Papier
Ontologia dell'attualità
di Maurizio Ferraris
Migrazione, globalizzazione, intercettazione: che cosa hanno in comune i tre fatti fondamentali del mondo contemporaneo? L’essere senza carta, ma non senza scrittura. In che senso?
Il sans papiers, al plurale, il senza carte, il senza casta, il prototipo del nomade, è, in questo libro, il punto di partenza per una originale teoria del documento, di ciò che trasforma la nuda vita, la vita alla mercé di tutti, in una vita vestita, protetta dalle carte.
O comunque dalla scrittura. Perché sans papier, alla lettera e al singolare, significa che oggi, e per la prima volta in tanti secoli, le registrazioni non avvengono più, esclusivamente, su carta. Eppure si assiste a una esplosione di scrittura senza carta che, ben più degli aerei, sta alla base della globalizzazione.
E della intercettazione. Anche a non avere carte, basta avere un telefonino ed eccoci tracciati, rintracciati, intercettati. Terzo senso, dunque, del sans papier, la crescente minaccia della privacy che viene dal mondo, per così dire, della tracciatura.
Sans papier è dunque il nocciolo politico e ontologico del nostro mondo, e indica un problema che abbisogna forse di una Magna Charta.

Siamo tutti Sans Papier
(Articolo di apertura del blog)
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Neville Chamberlain di ritorno dalla Conferenza di Monaco, 29-30 settembre 1938.


La realtà sociale nelle nostre tasche

Conversazione con Luca Morena

Tra le immagini che ha messo in apertura di «Sans Papier. Ontologia dell’attualità», c’è anche la foto, piuttosto curiosa, del contenuto della tasca della giacca del filosofo Giulio Giorello – si tratta di carte di vario genere, pare di riconoscere, tra le altre cose, un biglietto della metro e uno scontrino del bancomat. Non mi sembra che vi sia del denaro, ma la cosa non mi sorprende, trattandosi di un filosofo. La prima cosa che voglio chiederle è se si tratta davvero del contenuto della tasca del filosofo Giorello.

Sarò franco: no. Ma solo per una défaillance del mio telefonino. In effetti, avevo veramente fotografato il contenuto della tasca di Giorello, e ce l’ho ancora in tasca, nel mio telefonino. Ma non so perché non mi riesce più di trasferire le foto dal telefonino al computer, e la cosa, è il caso di dirlo, è rimasta lì. Mi sono detto però che non era il caso di fare tanta filologia, le tasche e le carte si assomigliano tutte, e allora ho messo il contenuto delle mie tasche, e qualcosa in più, perché effettivamente Giorello ha le tasche più piene del normale. Ovviamente ho avvisato Giorello, che in precedenza aveva autorizzato la pubblicazione della sua tasca, e che ha autorizzato anche la pubblicazione della sua pseudo-tasca. Tutto in regola, insomma.

La seconda domanda è un po’ più seria ed è una riformulazione di una domanda che lei stesso fece a Jacques Derrida, ne «Il gusto del segreto», fortunato libro-intervista edito da Laterza nel 1997: come entra la scrittura nelle nostre vite? Che cosa significano tutte quelle carte (compresi soldi e carte di credito) nelle nostre tasche?

La scrittura entra nelle nostre vite molto presto, comunque prima che impariamo a scrivere. Funziona così: ci mettono un braccialetto, e scrivono sopra il nostro nome. Un errore sarebbe un guaio, o una fortuna, chi lo sa, comunque determinerebbe una vita completamente diversa. È solo il primo passo. Poco dopo, grazie a delle iscrizioni, entriamo a far parte di una famiglia. Il family day tanto sbandierato è piuttosto una festa dei documenti, una famiglia si riconosce anzitutto per le carte, da questo punto di vista non c’è alcuna differenza rispetto ai dico, tranne questo, che i dico non li hanno voluti. Quando arriviamo a poter scrivere, e poi firmare, noi stessi, abbiamo alle nostre spalle già una bella montagna di carta, referti dei pediatri e iscrizioni all’asilo, certificati di ogni sorta, e anche carte di identità, se per caso abbiamo dovuto espatriare. Ecco, cosa significano quelle carte?

Platone, sulle carte, aveva una teoria. Si tratta di promemoria: quello che non ci sta in testa, lo si mette fuori, su carta, in tasca. Un promemoria per giunta nocivo, secondo Platone, perché se uno ha la possibilità di annotare non esercita la memoria, ma comunque un promemoria. Ora, i pochissimi esempi che ho fatto dimostrano che tutta quella carta ha certo a che fare con la memoria, ma non con una memoria individuale, bensì con la registrazione di atti sociali. Il padre che dichiara all’anagrafe il nome del figlio non lo fa per ricordarsi come si chiama (quello, semmai, è avvenuto prima, se il padre è smemorato, e si è scritto il nome del figlio su un biglietto prima di andare all’anagrafe). E non è per ricordarci chi siamo che portiamo la carta di identità in tasca. Pretendere poi che i soldi che abbiamo in tasca siano un sussidio (per esempio per ricordarci l’esistenza di certi numeri) sarebbe surreale.

Derrida, sempre in quell’intervista, afferma che la scrittura “è stata disconosciuta”, e che “si è provato a buttarla fuori” dalla filosofia. Lei sostiene qualcosa del genere rispetto al ruolo misconosciuto dei documenti nella costruzione della realtà sociale: per la maggior parte dei filosofi, la documentalità – per usare la sua terminologia – non sarebbe altro che «la quintessenza dell’inessenziale». Quali sono i motivi di questo disconoscimento?

La burocrazia è noiosa, non vedo altro motivo. Che noia le carte, che palle le code, che supplizio i formulari online. Però, volenti o nolenti, siamo sempre lì, a compilare formulari, e a tenerci ben strette le carte, a custodirle gelosamente dopo aver detto che sono cose futili, noiose, magari pure perdite di tempo. Tanto vale che ce ne facciamo una ragione, e magari una ragione filosofica.

Ci sono autori, come Giorgio Agamben e Stefano Rodotà, che hanno invece segnalato come la scrittura – o meglio le forme delle sua organizzazione, come la politica e la tecnologia – possa entrare nelle nostre vite in maniera incontrollata, fino a penetrare la carne delle nostre esistenze – anche in senso letterale (dai tatuaggi dei campi di sterminio ai chip d’identificazione sottopelle).

Appunto, è interessante. La scrittura sembra una cosa futile, ma può provocare di tutto. E lo provoca non con gli effetti speciali della letteratura o della filosofia, della religione o della scienza, ma con il grigiore della contabilità, delle scartoffie, di quella attività stupidissima e potentissima che è la registrazione.

Ciò che sottolineano i teorici della biopolitica come Agamben (e prima di lui, e più autorevolmente, autori come Foucault) è che la politica e la società occidentali si sono costituite attraverso una esclusione della “nuda vita” – ovvero della vita “svestita” di ogni determinazione politica e sociale. Ma se lei ha ragione, questo fenomeno di esclusione non è una scelta consapevole nella costruzione del potere e della sovranità; semmai è un ingrediente essenziale e inevitabile della costruzione della realtà sociale. In altri termini, la biopolitica non avrebbe un primato ontologico su quella che potremmo definire, con un azzardo terminologico che spero mi perdonerà, come “icnopolitica” – la politica delle tracce e delle iscrizioni.

Sì, adesso si parla molto di biopolitica, sotto l’impressione del ritorno di fenomeni che si pensavano ormai superati e barbarici (per esempio, la pulizia etnica) e insieme degli sviluppi tecnologici della biologia. Inoltre, la biologia sembra una alternativa o almeno una integrazione rispetto al modo in cui la politica è stata letta tra Otto e Novecento, con una netta prevalenza dell’economia. Mi sembra una ipotesi legittima e anche promettente ma, per l’appunto, non dimentichiamoci, ancora una volta, le scartoffie, o, se lei preferisce, in modo più nobile, non trascuriamo l’icnopolitica. Perché senza scartoffie, senza icnopolitica, non c’è biopolitica possibile, visto che all’origine della biopolitica non ci sono le cellule e il sangue, ma l’anagrafe, l’organizzazione dei campi di sterminio o la coscrizione di massa, e poi, ovviamente, le tasse (se ci fa caso, la discussione politica sull’Ici contende la scena a quella sulla fecondazione assistita, ammesso e non concesso che la seconda sia davvero una questione di biopolitica).

Qual è il confine tra la documentalità – il riconoscimento dell’importanza dei documenti nella realtà sociale – e la burocrazia – la degenerazione delle pratiche certificatorie e la gestione impersonale del potere?

Non c’è confine, o quantomeno c’è un confine solo ideale, come tra bibliofilia o bibliomania, o tra erotismo e pornografia.

Come è possibile che la privazione dell’identità sociale (dovuta alla condizione di sans papiers) e l’eccesso d’identità sociale (dovuta invece alla potenza di registrazione di motori di ricerca come Google) siano esemplificazioni di uno stesso fenomeno?

Nel momento in cui cresce esponenzialmente il reticolo della identità sociale, nel momento in cui ogni atto di un cittadino normale viene registrato molto più di quanto non accadesse agli atti dei sovrani di mezzo secolo fa, è ovvio che chi ha meno registrazioni si trova svantaggiato. È già il caso di chi non ha carte di credito, e non averne non è illegale, solo ti trasforma in un cittadino di serie B, nel senso che c’è un gran numero di operazioni, in particolare quelle legate a transazioni gestite via internet, che ti sono precluse. Figuriamoci poi a non avere non dico la carta di credito, ma la carta di identità…

È cosa tristemente risaputa che aziende e enti di varia natura vendono un gran numero di informazioni che ci riguardano – che siano ottenute in maniera legale o fraudolenta. Crede che verrà il giorno in cui la vendita dell’anonimato e del camuffamento informativo rappresenterà un mercato più lucroso del commercio di informazioni sensibili? E che cosa sono l’anonimato e il segreto nella realtà sans papier?

Non mi stupirebbe che a vendere l’anonimato fossero le stesse agenzie che commerciano in dati sensibili. E mi sembra molto probabile uno scenario del genere. Non dico come nei film in cui il gangster che va a chiedere il pizzo al verduriere dice “sarebbe un vero peccato se questo negozio andasse a fuoco”. Ma non mi sembra affatto implausibile un esperto che si presenta a una azienda offrendosi di proteggerne i dati, e che per farlo snocciola in tutta tranquillità dei dati segreti. L’anonimato e il segreto sono a questo punto una questione di rilevanza: sanno tutto di te, ma di te non importa niente a nessuno.

 

14:00 - Jun. 8, 2007 - commenti {2} - Invia un commento


Memoria da elefante e memoria da ameba

Con Armando Adolgiso

 

1) Quale differenza di memoria vedi tra la cartacea e quella elettronica? 

 

Franco Fortini è morto nel 1994, agli albori dell'età sans papier. Prima di morire, aveva riversato tutte le sue carte e tutti i suoi scritti sull'hard disk di un computer. Ci aveva messo un paio d'anni, all'epoca non c'erano scanner, ed era stato un pazientissimo lavoro da amanuense. Prima di morire, se ne avrò il tempo, la voglia e il modo, farò il contrario: stamperò tutti i contenuti del mio hard disk. Ci vorrà molto meno tempo, ma ovviamente sarà necessario tantissimo spazio per contenere tutta quella carta. Comunque, nello stampare opererò una robusta selezione, per evitare che la facciano (o, peggio ancora, non la facciano) i miei eredi. La mia non sarà una nuova lungimiranza rispetto a Fortini, sarà solo un po' più di pratica derivante da tutti gli anni passati nel mondo del sans papier. Ai tempi di Fortini, il sans papier sembrava garanzia di eternità (perché la carta è acida, la carta si deteriora, la carta ingombra), adesso incomincia a profilarsi il contrario: con tutti i limiti che ha, la carta dura. Durano le cinquecentine, benissimo. Durano, molto meno, le edizioni del secondo dopoguerra, quei libri di Sartre che se li tocchi si sbriciolano. Ma casomai quelle cattive edizioni puoi ristamparle. E i cassetti rigurgitano di carte, proprio nel momento in cui si potrebbe fare a meno della carta.

 

Ecco, la memoria cartacea è duratura nel tempo ma localizzata nello spazio, è una memoria da elefante. Scrivi su un pezzo di carta, e resta lì, magari per secoli, incurante dei cambi tecnologici, dei black out, delle rottamazioni, e sensibile solo ad alluvioni e a incendi. Poi, decenni o secoli dopo, riappare, lo leggi a occhio nudo, e tutto quello che ti occorre è conoscere la lingua in cui è scritto. E' in questo modo che ci sono arrivati i poemi egizi, la Bibbia, le opere esoteriche di Aristotele, che sono rimaste per due secoli buoni in un cassone. Ecco: se fossero state su dischetto, le avremmo perse perché tra due secoli chissà che programmi useranno; così come si perderanno tutti i nostri archivi privati, quelli che stanno nei nostri computer. Non possiamo certo obbligare i nostri figli, nipoti, pronipoti a tradurli in sistemi di scrittura più avanzati, a parte che poi i pronipoti, affettivamente distantissimi da noi, si troveranno sulle spalle anche le memorie dei padri e dei nonni, dunque è certo che anche il più devoto dei pronipoti ci lascerà sprofondare nell'oblio. I nostri padri, nonni, bisnonni, sono molto più discreti. Le loro carte stanno in cassetti, le loro lettere in scatole da scarpe. Se vogliamo buttarle via, possiamo farlo, ma se vogliamo conservarle non ci costa niente, solo un po' di spazio. Se poi gli antenati sono famosi, i pronipoti (e, diciamola tutta, anche i figli e congiunti) meno affettuosi possono lucrarci un po', mentre vendere un hard disk a un antiquario o a una biblioteca non sembra una grande idea.

 

In compenso, la memoria elettronica è, diciamo così, la memoria di una ameba. Senza coscienza di essere memoria, con mille localizzazioni, estremamente labile e insieme estremamente invadente. Non è cosciente di essere memoria perché nella stragrande maggioranza dei casi non c'è qualcuno che dice "adesso prendo nota". Semplicemente, chiami qualcuno sul telefonino senza trovarlo e resta l'avviso, prendi i soldi al bancomat e resta traccia anche se non hai chiesto lo scontrino, visiti un sito e rimane la memoria, compri qualcosa al supermercato e anche lì c'è traccia nelle carte fedeltà, per esempio; un enorme archivio, non solo invisibile, ma per l'appunto (ed è secondo me la cosa più interessante) incosciente. Poi, dicevo, con mille localizzazioni. Per esempio su internet: schiacci google, fai una richiesta, e compare vita, morte e miracoli di qualcuno, cose che una volta avresti dovuto cercare per anni e anni vagando attraverso il mondo e invece adesso sono "là", in quel posto che non sappiamo bene dove sia, tanto è vero che anche se leggiamo una notizia falsa su di noi (che so, che siamo nati ad Addis Abeba nel 1714), non c'è verso di correggerla: a chi lo diciamo? a chi scriviamo? Infine, è estremamente labile. La settimana scorsa è parso che mi fosse morto il computer. Nonostante tutti i backup che faccio, ossessivamente, su pennette, iPod, altri computer, ho passato dei brutti quarti d'ora. Perché, ad esempio, l'agenda ce l'ho sul computer, e di colpo mi sono reso conto che se non recuperavo i dati (ce l'ho fatta) di qui al prossimo anno sarebbe stato tutto uno strologare sugli appuntamenti presi, sulle scadenze, sulle conferenze, sui viaggi... Il tutto scandito da mail risentite di gente che mi rimproverava appuntamenti mancati. 

 

Vorrei concludere salomonicamente: la carta è come la monarchia e il sans papier come la repubblica; la monarchia ha i suoi vantaggi, ma la repubblica alla fine è meglio, tanto è vero che, malgrado tutte le fisime sulla sopravvivenza post mortem delle mie sudate e poco interessanti carte, ti sto rispondendo sans papier.  

 

2) Se l'umanità volesse dotarsi di una nuova Magna Charta, in quel documento, cartaceo o elettronico, che cosa ti piacerebbe vedere scritto al primo rigo?

 

"Ricordati di santificare le feste". Più che la Magna Charta è da Dieci comandamenti, ma è vitale: uno degli effetti del sans papier è che si intrufola in telefonini, blackberry, computer, e sei sempre lì che lavori.

 

13:11 - Jun. 6, 2007 - commenti {1} - Invia un commento


Senza password non esisti

Conversazione con Mario Baudino

 

D. L’immagine da cui parti, quella del sans papier inteso come «senza casta», non è alla fine, nonostante sembri centrale nel nostro mondo, nella nostra coscienza, sembri cioè uno di quei problemi che ci interpellano nel profondo e misurano la nostra civiltà – insomma, non la faccio lunga – quell’immagine così «straziante» per le nostre buone coscienze non è, alla fin fine, marginale se non addirittura residuale, nello scenario che disegni nel tuo libro? 

 

R. Sì, indubbiamente, e non per mancanza di cuore, né di carta, perché lo spazio c’era. Semplicemente, se la tesi del libro è che il possesso di carte e di iscrizioni è la condizione necessaria (anche se non la condizione sufficiente) della vita sociale, il fatto di parlare lungamente dei sans papiers sarebbe stato porre al centro ciò che, nella ontologia sociale che propongo, costituisce il punto di partenza, il grado zero su cui si costruisce la società. Un grado zero che non va cercato nella natura, in un buon selvaggio remotissimo e purissimo, bensì in uomini del nostro tempo, calzati Nike e vestiti di pile, ma senza documenti. Ora, in riferimento a questi nostri contemporanei che non sono nostri connazionali io non intendevo, per dir così, scrivere una filosofia della miseria, mi interessava piuttosto indicare quella che molto spesso è la miseria della filosofia, la sua incapacità a cogliere il ruolo delle iscrizioni nella costituzione dell’identità sociale.

 

D. L’iscrizione è la differenza tra quel sans papier e noi, che siamo sans e avec papier al tempo stesso. Ma allora l’iscrizione è il gesto politico e sociale per eccellenza, il «problema da risolvere»?

 

R. Certo, ce lo insegnava quell’instancabile buromane che era Francesco Giuseppe: nulla è reale, nel mondo sociale, se non quando assume la forma dello scritto. La cronaca non fa che ricordarci il peso delle iscrizioni: che cosa sono i Dico, se non una iscrizione, che conferirebbe dei diritti a delle coppie di fatto? E, al di là di dubbi richiami agli ideali, alle forme di vita, alla religione, quello che ritorna come un refrain nella critica ai Dico è la paura di eredità disperse, di ottuagenari che cambiano il testamento (l’iscrizione) a favore della badante. E, cambiando scena, che cosa festeggiavano in tante piazze italiane il 1° gennaio scorso i cittadini bulgari e romeni? Il fatto che, con un’altra iscrizione, o meglio con un sistema complesso di iscrizioni, fossero diventati cittadini dell’Unione Europea da extracomunitari che erano. Cambiando ancora scena, perché c’è una differenza essenziale tra il fatto che DS e Margherita si presentino uniti alle elezioni e il fatto che si costituisca un unico partito? E, per finire, che cosa sono le guerre parlamentari sugli emendamenti, se non un tributo a Sua Maestà l’iscrizione? Perché si tratta di definire ciò che, con una espressione così illuminante, “fa testo”, e non è da oggi che sappiamo che “dettar legge” significa detenere, in un determinato contesto, il potere.

 

D. Sembra che per esistere sia necessaria una password. Questo che cosa comporta?

 

R. Comporta che senza password sei disconnesso, sei in quella situazione descritta come utopica dalle compagnie di viaggi tropicali, e poi fuggita come la peste nella vita vera. E infatti, ancora più disconnessi dei sans papiers, che di norma possiedono un telefonino, e con questo una speranza sociale, sono i barboni, che, quella speranza avendola persa, il telefonino non ce l’hanno.

 

D. E, in altro senso, che cosa comporta rispetto a tutti quelli che non la posseggono per i più svariati motivi, prima di tutto l’arretratezza economica? Questo mondo del «sans papier» e degli oggetti sociali sta creando una sorta di divisione tra un’umanità di prima categoria e una di seconda? Insomma due sole caste e via?

 

R. No, infinite caste, il che, peraltro, non è necessariamente una situazione più rosea, o più democratica, dello schema a due caste, anche perché queste caste, come i capponi di Renzo, son sempre lì a beccarsi, a sfruttarsi a vicenda. Mentre scrivo queste righe, grazie a internet e al wireless, al mondo sans papier, sono a Bogotá per delle conferenze. Dunque, a Bogotá c’è tutto: internet, telefonini, wireless, iPod, Skype e bancomat. Proprio tutto, persino i libri, anzi, quest’anno è Capitale Mondiale del libro dopo Torino, ieri, lunedì 23, il sindaco Chiamparino era qui a passare le consegne. Insomma: sans papier e papier a volontà. Bene, però qui incomincia la differenza. C’è l’élite che dispone tranquillamente di tutte le connessioni, e c’è, in gradi concentrici, come in una cupola mafiosa, un sistema di esclusione. Per strada, dei baracchini offrono la possibilità di telefonare con dei cellulari che – immagine potente e quasi surreale – sono incatenati ai baracchini, come le biro negli uffici postali o i libri nelle biblioteche medioevali, perché l’utente non scappi col telefonino. Ma non c’è bisogno di andare così lontano: pensiamo a tanti centri telefonici frequentati da extracomunitari: pagano per parlare lontanissimo, pagano meno, pagano poco, ma pagano; mentre se hai un computer, magari quello dell’ufficio, parli gratis con Skype (la tecnologia usata a pagamento nei centri telefonici) all’altro capo del mondo.

 

D. Le nozze (non di Cadmo e Armonia) ma di computer e telefonino sono il tratto essenziale dell’Impero?

 

R. Sì. Il telefonino offre la connessione, il computer la potenza di registrazione.

 

D. Il tuo libro, benché scritto in modo molto piacevole, pieno zeppo di storie anche molto divertenti, è comunque un testo filosofico. Tratta argomenti di gran peso. Che cos’è oggi un testo filosofico? O meglio, come deve parlare un filosofo? E quanti lo capiscono, secondo te?

 

R. Sono contento che qualche storia sia divertente, e se qualche altra non lo è non lo si è fatto apposta. Ovviamente, un testo filosofico non deve essere necessariamente lieve, e soprattutto la lievità non deve aver la meglio sui contenuti. Questo, però, se si gioca un certo gioco linguistico, quello della chiarezza. Tuttavia, in filosofia paga anche molto il gioco contrario, della oscurità, ma anche lì il divertimento è garantito, alle volte si ha l’impressione di sentire Tognazzi in Amici miei, quando bacia la mano alle signore e intanto declama la litania della Supercazzola. Tra il sublime e il ridicolo non c’è che un passo, e lo si fa tanto spesso e tanto volentieri. Con Eco avevo progettato un incontro su comicità volontaria e involontaria in filosofia, chissà che non lo si faccia prima o poi, in una sua mail prometteva roba di prima qualità: “dallo Sciocchezzaio di Lacerba posso trarre citazioni da Hegel e Croce, nelle parodie di Vita Finzi si trova un Gentile che invece è autentico, credo che Heidegger permetterebbe un pescaggio a caso, come i medievali con Virgilio, ho una lettera di Galileo che sembra inventata da Benigni”.

 

D. Se dovessi sintetizzare moltissimo il tuo ragionamento sugli oggetti sociali, insomma in due parole, che cosa suggeriresti? Oppure: da che cosa metti in guardia?

 

R. Metto in guardia dal comprare una Jacuzzi a rate senza leggere le clausole capestro scritte piccolissime sul contratto.

 

20:18 - May. 15, 2007 - commenti {0} - Invia un commento


Migrazione, globalizzazione, intercettazione

Conversazione con Gino Dato

 

Migrazione, globalizzazione, intercettazione. tre fenomeni che hanno in comune il fatto di essere senza carta. Perché la carta e la memoria vestono, anche nell’era digitale, la nostra nuda vita e le danno una identità sociale.

 

Non abbiamo le carte in regola. Le carte ce le siamo giocate. Il portafogli contiene carte. Di carta sono le banconote. Per un pezzo di carta, spesso, siamo disposti a tutto. Perché, anche nella società telematica globalizzata, la carta costruisce l’identità sociale e la produzione di carta esplode nella forma immateriale o pullula in quella delle intercettazioni. Se manca quel pezzo di carta, finisci nelle schiere dei “sans papiers”, espressione con cui stigmatizziamo i senza documenti, i rifiuti della società, coloro che non hanno diritto a essere. Insomma, il documento di carta veste la nostra nuda vita, le dà senso e determinazione nella storia, incide sulla privacy. Legando tre fenomeni eclatanti e apparentemente distinti come le migrazioni, la globalizzazione, le intercettazioni. Alla fenomenologia della carta dedica un agevole saggio, edito da Castelvecchi, il filosofo Maurizio Ferraris, docente di Filosofia teoretica nell’Università di Torino.

 

D. Da lavoratori e uomini senza casta a lavoratori e uomini senza carta. Qual è la differenza tra le due condizioni?

 

R. Il fatto che il senza carta, diversamente dal senza casta, possiede nella stragrande maggioranza dei casi un telefonino. Magra consolazione.

 

D. Questo destino della rilevanza delle carte-documenti, che ti danno un’identità sociale, si accompagna al fenomeno progressivo dell'irrilevanza della carta, quello che lei chiama il fenomeno sans papier. Che cos'è e come coesistono?

 

R. Immaginiamo di guardare nelle tasche di un nostro antenato non troppo remoto, che so, di nostro nonno. C’era un portafogli con una carta d’identità, e la cosa finiva lì. Il nipote, invece, il portafogli l’ha pieno di carte di credito, che sono prodigiosi accumuli di memoria, ha un palmare o un telefonino, cioè altri archivi spontanei che contengono rubriche e messaggi, tracce di chiamate, appuntamenti, messaggi e-mail. Il nipote ha, a conti fatti, molta più carta in tasca di quella che ne ha il nonno, anche se è pieno di dispositivi, a cominciare dal computer, che a rigore potrebbero funzionare benissimo senza carta.

 

D. Come si spiega?

 

R. Quanto più hai spazio per archiviare, tanto più archivi, e, nel momento in cui hai archiviato, ti viene anche comodo stampare, abbattendo i costi e contemporaneamente intere foreste. Anche noi, nel nostro piccolo, con questa intervista sans papier, che però uscirà in tantissime copie di carta, su un giornale, stiamo dando il nostro contributo…

 

D. Ultimo dei tre fenomeni da lei descritti, avanza il Grande Fratello che, invece, impone, nella digitalizzazione collettiva, la Registrazione microscopica e maniacale del mondo

 

R. Si è tanto insistito sul fatto che viviamo in una società della comunicazione, ma la comunicazione è poco, niente, vorrei dire, se non c’è la possibilità di registrare e ripetere indefinitamente. Se le Twin Towers si fossero viste una sola volta (e questo significa, tra l’altro, che le avrebbero viste solo quelli che per avventura guardavano la tv in quel momento), e se non fossero state archiviate in libri e articoli, ce ne saremmo già dimenticati. Oggi, ogni atto della nostra vita è registrato: un’operazione bancaria, un’e-mail, una telefonata, passare col telepass. Il tutto però in maniera asimmetrica: se in banca chiedi l’estratto conto dell’anno prima, ti dicono che è un lavorone.

 

D. Che cos’è la memoria per le società di oggi?

 

R. Non c’è società, non ci può essere, non c’è mai stata e non ci sarà mai società, senza memoria. Dunque, la memoria per noi è altrettanto importante che per gli Egizi, tranne che forse la nostra memoria scomparirà prima, perché è più potente ma più fragile, non è incisa su pietra o scritta su papiro, ma affidata a carta sovrabbondante e senza gerarchia (trovare i documenti è cercare un ago in un pagliaio), e a programmi di computer che cambiano ogni pochi anni.

 

D. Che ne sarà della scrittura?

 

R. Sarà dappertutto, è già dappertutto. E questo è una bella ironia, visto che pochi decenni fa si profetizzava la scomparsa della scrittura.

 

D. Immortalità comunque garantita, allora?

 

R. Non direi. Morire, si muore comunque, magari più tardi, ma si muore. E quello che resta farà la fine di tutti i resti delle generazioni che ci hanno preceduti, sopravvive poca cosa, e ancor meno, ripeto, se la registrazione avviene su silicio invece che su carta. Davvero vale il “ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”, anche se la polvere è trattata a Silicon Valley. Ma, dopotutto, è meglio così, pensi che incubo il contrario.

 

18:24 - May. 3, 2007 - commenti {2} - Invia un commento


In altri termini

Conversazione con Silvia Del Vecchio

 

In altri termini, 6 maggio 2007

 

Viviamo immersi in un mondo di media non cartacei, in una dimensione di comunicazione continua attraverso internet e il digitale, che sta trasformando l'organizzazione del nostro pensiero e la visione che abbiamo del mondo. Che ne pensa, quali sono o potranno essere i risultati più interessanti di questo fenomeno? 

 

Ferraris. Telegraficamente (cioè adoperando un vecchissimo medium) direi: 1. Venir meno della distinzione tra lavoro e non lavoro; è quello che ci viene continuamente ricordato (e con i tratti, piuttosto curiosamente, dell'utopia) quando ci spiegano che con il nostro palmare ci portiamo dietro l'ufficio anche al ristorante, in piscina, in capo al mondo. 2. Venir meno della distinzione tra mezzi di comunicazione privata e mezzi di comunicazione di massa. Una volta c'erano la posta e il telefono, privati, e la televisione, pubblica; ora invece la televisione la vedi quando vuoi, nei modi che vuoi, con il digitale terrestre che di fatto inserisce la tv nei ritmi individuali del computer; d'altra parte, con il computer puoi fare un blog, una rivendicazione terroristica, o mandare in giro le foto che tu stesso hai fatto, con il telefonino, ad Abu Ghraib o alla esecuzione di Saddam. 3. La globalizzazione, che, a mio avviso, non dipende dalla circolazione delle merci (quelle circolavano già al tempo dei Romani), o dagli aerei e dai telefoni (i Jumbo ci sono da 40 anni, ma la globalizzazione è molto più recente), bensì dalla esplosione della scrittura che caratterizza il nostro mondo. Dalla possibilità, cioè, di superare le difficoltà imposte dai fusi orari (con 8 ore di differenza, nessun ufficio può comunicare con nessun altro ufficio, e allora hai voglia ad avere il telefono: che cosa te ne fai?). Molto concretamente: in questo momento rispondo alle sue domande da Città del Messico, dove mi trovo per una conferenza, si immagina cosa sarebbe sgattaiolare tra i fusi orari con il telefono?

 

Cosa pensa di Second life, la piattaforma virtuale dove ad oggi sono "residenti" più di 5.600.000 di persone (età media 32 anni) e dove i confini tra gioco e vita reale fluttuano continuamente, con influenze tangibili nella "prima vita" (come il guadagno, la notorietà o l'invenzione di nuove figure professionali)? 

 

Ferraris. Penso che si tratti, essenzialmente, di una protesi della prima vita, come può esserlo il sito di un’università, quello di una banca, quello di un giornale. Permette, e questo è il dato importante, di dare visibilità a cose che, attraverso i canali normali, forse non potrebbero passare anzitutto per motivi di costo (pensi a cosa costa una pagina di pubblicità su un quotidiano nazionale). Inoltre, diversamente dalla pubblicità sul quotidiano o alla tv, è interattivo, d'accordo con la tendenza tipica dei sistemi informatici. È il motivo per cui Sarkozy e Ségolène Royal, e fin Le Pen, si sono confrontati su Second Life (avendo inoltre una sicurezza sul target, età media 32 anni, per l'appunto, quasi 33, l'età di Cristo, ma ammetterà che la resurrezione è davvero un'altra vita); o il motivo per cui il ministro Di Pietro ha aperto una sede virtuale dell'Italia dei valori. Qualcosa del genere ha fatto anche la Regione Toscana, e la Svezia ha aperto un'ambasciata, che però, caratteristicamente, non rilascia dei visti. Quelli, li rilasciano solo le ambasciate vere, nella vita vera. Mi sembra dunque che i confini non fluttuino affatto, non più di quanto possano oscillare i confini tra la vita vera e la televisione. Lei parla infatti di notorietà acquisite nella seconda vita e spese nella prima come tipico di Second Life. Ma non le pare che sia, altrettanto bene e del tutto tradizionalmente, il caso di un presentatore televisivo che decide di candidarsi a sindaco o a parlamentare? Non è la stessa cosa? 

 

Qual è il senso di vivere una seconda vita in una realtà digitale, in un micromondo creato e trasformato dagli stessi utenti? 

 

Ferraris. Anche il nostro mondo, quello reale, è creato in molte sue parti, quelle legate alla realtà sociale, dagli utenti (figure come "papa", "sacrestano", "direttore editoriale", "amministratore delegato" non esistono in natura); e purtroppo, come dimostra l'effetto serra, è anche trasformato, e parecchio, persino nella realtà fisica, dagli utenti. 

 

Quale futuro si prospetta? Tutto ciò che facciamo nel mondo vero lo faremo in Second life, e le innovazioni del web 3D cambieranno radicalmente la nostra vita? 

 

Ferraris. Certo che queste cose cambieranno la nostra vita, l'hanno già cambiata, ce ne accorgiamo subito in un mondo fatto di home banking e di sms, di e-mail e di firme digitali, di delocalizzazione del lavoro e di gente che chatta, o si mostra in U-Tube, e nascono figure, come Paris Hilton, che sarebbero state inconcepibili senza internet, proprio come Mike Bongiorno sarebbe stato inconcepibile senza la televisione, e Hitler senza la radio. Ma non dimentichiamoci che queste trasformazioni sono bruscolini rispetto all’invenzione del fuoco, della ruota, della fusione dei metalli, e, soprattutto, della scrittura, senza la quale tutto questo nuovo mondo sarebbe assolutamente inconcepibile. 

 

09:59 - Apr. 28, 2007 - commenti {2} - Invia un commento



Maurizio Ferraris
SANS PAPIER
Ontologia dell'attualità
Castelvecchi, pp. 233, Euro 14.00

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